L' incantatore di serpenti. Il sapiente secondo Qoèlet

Sebastiano Pinto

Prezzo
€ 5,60

Un volume agile e coinvolgente intorno alle provocazioni e alle domande fondamentali poste dal libro biblico del Qoèlet: un libro «scomodo» e che incanta.

INTRODUZIONE

Il credente benpensante, moderato e giudizioso, potrebbe ritenere che il libro di Qoèlet sia troppo scettico e dissacratorio o, addirittura, scomodo. Eppure Qoèlet incanta perché parla al cuore dell’uomo rivolgendosi ai cosiddetti «lontani» e ai presunti «vicini». A chi già crede, le parole di questo saggio d’Israele offrono uno «spazio» alle domande difficili – che non sempre si ha il coraggio di porre – sulla giustizia divina e sul senso della vita umana; a chi è alla ricerca egli mostra l’esistenza di una «soglia» critica della fede ben più spessa, ampia e larga di quello che normalmente si sia indotti a pensare, infondendo speranza e nuovo slancio nel cammino.

A entrambi Qoèlet concede un vero e proprio «diritto di asilo», un’occasione d’incontro per tessere percorsi di un possibile e arricchente dialogo tra uomini e donne di buona volontà che non rinunciano al fascino di un rapporto autentico e senza maschere con la Verità; il libro di Qoèlet, come diceva Divo Barsotti, «è importante perché purifica la vita religiosa»1.

Per i vicini e per i lontani, dunque, perché Qoèlet resta molto prossimo ai primi senza essere eccessivamente distante dai secondi, così come queste nostre riflessioni cercheranno di mostrare coniugando storia e teologia, disincanto e confidenza, parole umane e la Parola di Dio.

È vero, è un libro scomodo quello di Qoèlet, ma è soprattutto un libro che incanta.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

Fuori dalle regole

Un libro sfuggente

L’opera biblica appartiene al genere letterario «autobiografia» del sovrano, almeno stando a quanto si legge nell’incipit – «Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme» (1,1) – sulla scia della tradizione egizia in cui faraoni e visir tramandavano in prima persona la propria visione del mondo, consegnando una sorta di testamento (circa la conduzione della cosa pubblica) che potesse servire alla formazione dei giovani aristocratici.

Perché il saggio avverte il bisogno di narrarsi, di raccontare la parabola della propria vita ai posteri? Normalmente si lega la nascita di questo genere letterario alla compresenza di alcuni fattori: disgregazione della comunità tradizionale, un’acuta sensibilità al cambiamento, il passaggio dal metodo d’indagine deduttivo (che presupponeva una realtà conoscibile in tutte le sue parti) a quello induttivo (è la realtà che interroga il soggetto mostrando il primato dell’esperienza), un’alienazione dal proprio gruppo/classe di appartenenza e una più ampia fruibilità delle conoscenze (anche religiose).

Naturalmente non ci si può spingere troppo oltre nel­l’esplorare il contesto culturale di un’epoca e imporlo a un’altra; tuttavia, nel caso del Qoèlet, non si può sminuire l’impressionante livello di rispondenza fra il suo stile intensamente personale e un contesto culturale caratterizzato da una profonda disillusione del passato, dall’incertezza del futuro e da un brancolare alla ricerca di nuove risposte; come Qoèlet rammenta al lettore (post)moderno dei nostri giorni, non vi è nulla di nuovo sotto il sole.

Un uomo in ricerca

In ebraico, Qohelet è un participio femminile della radice verbale qhl («radunare») da cui deriva anche qahal, cioè «assemblea». In epoca persiana questo participio potrebbe comportare una sfumatura intensiva e significare «colui che chiama a raccolta l’assemblea». Nella versione greca dei LXX Qoèlet è chiamato ekklesiastes da ekklesía («assemblea, comunità»): l’Ecclesiaste sarebbe colui che prende la parola in un’adunanza. Siamo, perciò, in presenza di uno pseudonimo relativo all’ufficio e al contempo al soggetto che svolge, pensando a una scuola sapienziale o a un pubblico più ampio (Qo 12,9), la mansione di convocare l’adunanza.

In Qo 1,1 l’autore si presenta come figlio di Davide e re su Gerusalemme, mentre in 1,12 si aggiunge che egli è re d’Israele in Gerusalemme. Stando alla narrazione biblica, soltanto Davide e Salomone regnarono a Gerusalemme su tutte le dodici tribù di Israele, e ciò induce a credere che si tratti di un caso di attribuzione pseudoepigrafica al re saggio per antonomasia (Salomone), come per Proverbi e per il Cantico dei Cantici. Qualche informazione in più sul­l’autore ci giunge dall’epilogo del libro (12,9-14) che, insieme all’introduzione, è chiaramente opera di un editore: «Oltre a essere un sapiente, Qoèlet insegnò anche la scienza al popolo; ascoltò, meditò e scrisse molte massime» (Qo 12,9).

Qoèlet è, dunque, un maestro ma è soprattutto un uomo alla ricerca:

C’era una volta, in un luogo molto lontano, un re che aveva raggiunto un’ineguagliabile saggezza, il quale aveva superato difficoltà insormontabili viaggiando fino ai confini del mondo, per trovare il significato della vita. Alle generazioni successive egli lasciò il ricordo della sua fatica e delle sue imprese, mai eguagliate dagli altri sovrani. Ma nonostante i suoi eroici sforzi, egli divenne dolorosamente consapevole che non vi era alcun vantaggio per gli esseri umani. Questo era «un uomo di gioia e di dolore», il suo nome era Gilgamesh, signore di Uruk, «re della terra».

Più di duemila anni separano Gilgamesh – il mitico eroe mesopotamico alla ricerca dell’albero della vita – da Qoèlet, eppure entrambi affrontano un viaggio molto simile a quello di tanti che fino ai nostri giorni si sono messi sulle tracce del segreto della vita, lungo un cammino spirituale che si perde nella notte dei tempi. Tale cammino riguarda l’uomo in quanto essere pensante che si interroga sul perché della vita e della morte, della gioia e della sofferenza, della sapienza e della stoltezza. Ai ricercatori di ieri e di oggi Qoèlet mostra una mappa dettagliata dei sentieri più sicuri e di quelli più impervi, dei deserti e delle oasi, delle cose da riporre nella bisaccia e di quelle da considerare inutile zavorra. 

Data, luogo e struttura

Due eventi permettono di datare Qoèlet in modo abbastanza preciso: l’esilio babilonese e la rivolta Maccabaica. Lo scritto è sicuramente successivo al­l’esilio (587-539 a.C.), perché sia la grammatica che il lessico non sono quelli dell’ebraico classico e numerosi sono i termini di origine aramaica6. Inoltre, la presenza di termini persiani e l’ebraico molto simile a quello della Mishnah, portano alla conclusione che lo sfondo nel quale collocare il pensiero di Qoèlet sia il III secolo a.C. L’assenza di richiami alla persecuzione dei giudei da parte di Antioco Epifane e al­l’insurrezione dei Maccabei (164 a.C.), fa propendere per il 250 a.C. circa come possibile data di composizione. Sul luogo di composizione, non si è arrivati a conclusioni condivise, anche se la maggior parte degli studiosi propende per Gerusalemme.

La questione dell’unità del libro è alquanto più complessa di quella della datazione. In questa sede ci limitiamo a dire che esistono varie teorie, anche se nessuna di queste sembra riuscire a dare unitarietà al variegato materiale confluito nello scritto, al punto che qualche autore ha parlato della sua struttura come di una questione irrisolvibile al pari dell’«enigma della sfinge». Tra le ipotesi più attendibili indichiamo la seguente: la presenza di un ritornello che viene ripetuto più volte lungo l’intera opera – «Anche questo è vanità» – suddivide il testo in sei parti centrali (precedute dal titolo e dal motto programmatico e seguite dalla ripetizione dello stesso motto e dall’epilogo). Si disegnerebbe, in questo modo, un’organizzazione in base alle principali sezioni tematiche del libro.

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