I detti di Confucio

Simon Leys

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Secondo uno fra i primi insegnamenti di Confucio, per pensare in modo giusto occorre innanzitutto procedere alla «rettifica dei nomi». Se le cose non sono nominate con termini appropriati, il pensiero sarà sempre distorto. E le cose non sono mai nominate in modo appropriato. Questo basterà a far intravedere quali enormi conseguenze implica, fin dal suo primo passo, il pensiero di Confucio. E una fra queste conseguenze sarà la terribile difficoltà nel tradurlo – cioè nel trovare, in altra lingua, nomi appropriati per enunciarlo.

Tenendo questo ben fisso nella mente, e dopo numerosi tentativi moderni, da Couvreur a Waley, a Pound, Simon Leys si è accinto a questa nuova traduzione – che si preoccupa innanzitutto di rendersi «invisibile» – determinato ad avvicinare il generico lettore intelligente a questo grande testo senza opprimerlo con il peso di tante interpretazioni svianti che gli si sono accumulate intorno per molteplici motivi, filologici ma molto spesso anche politici, e ad accompagnare chi vi si addentra, momento per momento, con un illuminante apparato di glosse.

Come era stato uno dei primissimi a rivelare la servile cecità e credulità dell’Occidente dinanzi alla rivoluzione culturale cinese (da lui definita «gigantesca impostura» in un libro del 1971 – si osservi bene la data), così Simon Leys, con la sua ben fondata dottrina sinologica, rettifica oggi il nostro modo di leggere questo classico che, insieme al "Tao tê ching", compendia un’intera civiltà: la Cina.

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