Il museo di Roma racconta la città

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Con alterne vicende, segnate dagli avvenimenti storici e dall'evolversi degli iniziali criteri ispiratori, si dipana lungo tutto il Novecento la complessa e, in certo qual modo, travagliata storia del Museo di Roma.

D'altro canto, già nell'ambizioso assunto di voler costituire un Museo in grado di ricomporre esaustivamente, in un unico grande affresco, la secolare storia di Roma, dalla città dei pontefici alla giovane capitale d'Italia, erano implicite tutte le difficoltà e le ambiguità che ne avrebbero contrassegnato il percorso.

Al momento della inaugurazione del Museo di Roma nel 1930, infatti, Antonio Muñoz, allora Direttore delle Antichità e Belle Arti del Governatorato di Roma, mentre rivendicava orgogliosamente come sua opera la tanto attesa attuazione e sistemazione del Museo, sentiva la necessità di giustificare la sua nascita in una città come Roma cosí riccamente dotata di Musei “già tanto grandi e famosi e celebrati in tutto il mondo; ai quali accorrono, pellegrini dell'ideale, le genti di tutti i paesi; dove si conservano quei capolavori che tutte le nazioni ci invidiano”.

In sintonia con la temperie culturale del suo tempo, nel quale era ancora fresco il ricordo della profonda trasformazione vissuta dalla città nel suo divenire capitale d'Italia, egli individuava nella conservazione della memoria della vita, delle tradizioni e dell'immagine della città la legittimazione della esistenza del Museo di Roma. Questo avrebbe dovuto essere, secondo il Muñoz “l'urna delle dolci nostalgie, il rifugio della nostra anima sognante, l'oasi dove noi romani potremo andare a ricrearci lo spirito, tra le care piccole cose della vita che fu!”

In effetti questa prima fase di vita del Museo fu tutta sotto il segno dell'elegia e, al contempo, della documentazione nella volontà di fissare e tramandare nell'immaginario dei posteri la bellezza e la poesia della Roma sparita o che andava sparendo nel fervore urbanistico ed edilizio del ventennio fascista.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale impose la chiusura del Museo allora collocato nel grande edificio di Via dei Cerchi che sulla facciata recava l'orgogliosa scritta “Palazzo dei Musei di Roma”. Al momento di riallestire il Museo, finita la guerra, prese corpo l'esigenza di trovare una sede che, sia per prestigio storico e architettonico sia per ubicazione, corrispondesse pienamente alla qualità e all'importanza delle collezioni e ne consentisse un più ampio e compiuto sviluppo. Non senza una “dura battaglia”, come ricorda Antonio Maria Colini, il Museo di Roma ottenne il settecentesco Palazzo Braschi, potendo cosí riaprire al pubblico nel 1952 secondo un ordinamento in tre grandi sezioni, topografia, storia e costumanze che rispettava grosso modo la configurazione degli anni Trenta.

In questa fase il Museo conobbe una stagione assai felice per il favore del pubblico e per l'incremento costante e prezioso delle sue collezioni grazie anche, in particolare, alla generosa attività della “Associazione degli Amici dei Musei” che favorí importanti lasciti e donazioni.

Infatti, già agli inizi degli anni Sessanta si dovette procedere ad una modifica dell'assetto espositivo sia per la necessità di inserire nel primitivo percorso le nuove acquisizioni sia per una mutata sensibilità museografica; la volontà di documentazione si affina con l'intento di privilegiare a livello espositivo la qualità estetica dei materiali disposti anche secondo più puntuali criteri cronologici.

Tuttavia l'ordinamento raggiunto fu “un ordinamento di comodo, adattato piuttosto ai locali e al materiale disponibile, che non sistematico e razionale”, come annotava Carlo Pietrangeli.

Nei decenni successivi l'arricchimento delle collezioni con opere di notevole valenza storico-artistica e la significativa rilevanza della formazione del Gabinetto Comunale delle Stampe e dell'Archivio Fotografico Comunale non si traducono, tuttavia, in una contestuale riflessione sulla necessità di riesaminare e aggiornare criticamente i criteri ispiratori del Museo alla luce delle nuove istanze culturali imposte dai profondi mutamenti metodologici e di contesto sociale. In quegli stessi anni si avviava anche quel lento ma inesorabile degrado strutturale di Palazzo Braschi che nel 1987 ne determinò la chiusura.

Giunti finalmente, dopo quindici anni alla parziale riapertura del Palazzo si imponeva la decisione di cosa offrire al pubblico delle ricche collezioni del Museo, quale selezione del vasto e articolato patrimonio e quale chiave di lettura privilegiare: o proporre una presentazione delle opere che si configurasse come definitivo, anche se limitato, allestimento del Museo di Roma o presentare un florilegio cronologico, dal Medioevo al Novecento, di quelle artisticamente e storicamente più importanti e significative.

Entrambe queste soluzioni non sono apparse convincenti, la prima perché, proprio per la sua parzialità, sarebbe risultata frammentaria ed incompiuta e quindi di difficile comprensione per il pubblico, la seconda perché avrebbe in certo qual modo negato la straordinaria capacità del Museo di raccontare ed evocare le tante possibili “storie”di Roma.

Il Museo di Roma, infatti, per la ricchezza delle sue collezioni, caratterizzate anche da una varietà notevole di tecniche artistiche, può considerarsi l'istituzione più significativa per la conoscenza della storia sociale e delle attività artistiche a Roma dal Medioevo agli inizi del secolo scorso.

La dimensione narrativa, rispondendo alla prima e fondamentale vocazione documentaria del Museo, rappresenta il cardine attorno al quale possono ruotare le molteplici e variegate collezioni che lo compongono; associando al loro intrinseco valore il potenziale di suggestione del racconto si moltiplicano i significati e si rende possibile un avvincente gioco di percorsi attraverso la miriade di avvenimenti, situazioni, eventi, vicende e personaggi che formano il secolare tessuto storico e sociale della città.

L'attuale proposta è quella di una lettura integrata per stralci di alcuni capitoli della storia della città; questa, pur non volendo intenzionalmente preannunciare la definitiva configurazione del Museo, ne adombra emblematicamente le potenzialità future ed il ruolo che, conclusi i lavori del secondo lotto, potrà assumere nel sistema museale romano.

Dalla ricchissima gamma di trame narrative che Roma ed il Museo potevano suggerire è stata scelta una sceneggiatura a temi che, attraverso protagonisti, eventi e luoghi, avvalendosi della molteplicità delle tecniche artistiche, offra al visitatore una sequenza di suggestioni sulla vita e la società romana fra il XVII e il XIX secolo secondo un percorso non rigidamente cronologico ma piuttosto giocato su rimandi ed assonanze.

Prezioso fondale scenografico e nobile prologo dell'esposizione è lo stesso Palazzo Braschi, voluto dal pontefice Pio VI come dimora per il nipote Luigi e per sua moglie Costanza Falconieri.

I recenti restauri hanno restituito splendore alla nobile architettura progettata da Cosimo Morelli alla fine del XVIII secolo, all'eleganza maestosa dell'atrio e dello scalone, alla raffinatezza degli stucchi, delle pitture e dei partiti decorativi. In particolare la decorazione dello scalone, di ardita articolazione spaziale cui non sono estranee reminiscenze barocche, rappresenta una testimonianza di alto significato del gusto classicista venato di erudizione antiquaria dell'epoca. Nell'impiego delle bellissime colonne di granito rosso del Portico di Caligola, coronate da eleganti capitelli ionici adorni dei motivi araldici dello stemma Braschi, dei pilastri di granito rosso provenienti dalla colonna Antonina, nelle nicchie adorne di statue - ultimi esemplari superstiti della famosa collezione di sculture classiche della famiglia - ed infine nella esuberante profusione di stucchi che ricoprono volte e pareti ispirati al mito di Achille di mano di Luigi Acquisti, trionfa l'Antico, segno e misura del fasto e del potere.

A chiudere idealmente il prologo la sala di ingresso al primo piano presenta le tele di Gavin Hamilton raffiguranti Venere che offre Elena a Paride, Il Ratto di Elena e La Morte di Achille, un tempo a Villa Borghese. Questi dipinti, di grande effetto decorativo, coevi del Giuramento degli Orazi di David, sono fra le opere che, proprio durante il pontificato di Pio VI, aprono la grande stagione neoclassica romana.

Il doveroso omaggio a Pio VI cui si deve il palazzo è reso più completo dall'aver potuto riportare nel loro ambiente originario i due busti del papa e del cardinale Romualdo Braschi Onesti, rispettivamente opera del Ceracchi e del Penna, recentemente acquistati dalla famiglia e per la prima volta esposti al pubblico.

Il racconto si sposta a ritroso per presentare la Corte pontificia nei suoi protagonisti ed eventi, fra il XVII e il XIX secolo, in una sequenza di immagini di pontefici e cardinali, di quadri, disegni ed incisioni celebrativi ed allegorici che ricompongono il ritratto fastoso, variopinto e vivace della città papale.

Il Campidoglio, sede dell'amministrazione della città, dove risiedevano, anche se solo con poteri simbolici, le magistrature romane del Senatore e dei Conservatori, è rievocato dal Ritratto del Senatore Nicola Bielke e dai costumi del Senatore e del suo paggio.

Roma ha offerto nei secoli agli artisti un soggetto inesauribile, con le sue piazze, i suoi celebri monumenti antichi, la sua corona di ville, i suoi scorci panoramici; sovente la veduta dei luoghi - intrecciando vita quotidiana e avvenimenti storici - ha acquistato la duplice valenza di identificazione e della città e delle sue scenografie urbane. Per questo motivo si è affiancato ad esempio - volutamente giocando su un doppio registro - L'Arrivo al Quirinale dell'Ambasciatore veneto Nicola Duodo con l'Arco di Tito di Viviano Codazzi o ancora La Benedizione Papale in Piazza San Pietro di Ippolito Caffi con lo straordinario panorama di Roma da Monte Mario sempre del Caffi.

Il racconto della città si conclude con la rievocazione di quel particolare clima culturale che fra il Settecento e l‘Ottocento fece di Roma la capitale cosmopolita di artisti e colti viaggiatori nella quale la suggestione della classicità alimentò uno straordinario microcosmo dell'antico. A completare il panorama della società romana una piccola selezione di abiti dell'epoca introduce nei codici della moda della classe dominante.

Il secondo piano è dedicato al mecenatismo di alcune grandi famiglie romane di cui il Museo di Roma conserva importanti testimonianze; in un excursus che va dal XVII secolo al XIX secolo si dipana, attraverso la varietà dei temi e delle tecniche artistiche, la vicenda delle diverse committenze segnata dai mutamenti del gusto e delle logiche di rappresentazione sociale.

Per i Barberini, oltre ai busti del Mochi, di Ottoni e Cametti si presentano, fra l'altro, appositamente restaurati, il Cielo di Baldacchino decorato con le api araldiche della casata tessuto su disegno di Pietro da Cortona nell'arazzeria di famiglia ed il mobile Medagliere della prima metà del Seicento con le medaglie celebrative del pontificato di Urbano VIII per la prima volta organicamente esposte.

Con il nucleo Rospigliosi, una fra le prime importanti acquisizioni del Museo (1931-1932), è possibile rievocare i ritmi della vita, scanditi da feste e ricorrenze nella residenza dell'Esquilino e nella tenuta di Maccarese, di una famiglia nobile nel corso del XVIII secolo.

Il modello della Cappella Rospigliosi a San Francesco a Ripa di Nicola Michetti documenta, invece, la tradizionale abitudine delle famiglie romane di far edificare la propria cappella gentilizia nelle chiese della città.

Nel corso del XIX secolo il mecenatismo romano visse la sua ultima splendida stagione con le committenze Torlonia. In particolare il Museo conserva delle straordinarie testimonianze legate alla decorazione del distrutto Palazzo Torlonia a Piazza Venezia, del Teatro Apollo demolito nel 1889 per la costruzione dei muraglioni del Tevere e della Villa di Castel Gandolfo. La raffinata eleganza degli stucchi e delle pitture, della cosiddetta “Alcova” chiude emblematicamente la rievocazione della magnificenza delle dimore Torlonia e del loro ruolo nella cultura artistica romana.

Con i nuclei Giustiniani Bandini e Brancaccio viene proposta una messa a fuoco della società aristocratica romana attraverso una sequenza di ritratti che dalla squisita levigatezza del busto di Maria Massani del Thorvaldsen trascorre alla sontuosa e accattivante maniera del Gai, efficace esempio del gusto eclettico della giovane capitale d'Italia.

Al passaggio fra la Roma papale e la Roma capitale del Regno d'Italia è dedicato l'ultima sala dell'esposizione con una scelta mirata del ricco e articolato fondo dell'Archivio Fotografico Comunale. Rispetto alle più consuete vedute della città si è preferito selezionare alcuni significativi esemplari di ritratto come logica continuazione della ritrattistica del secolo che nella recente tecnica fotografica aveva trovato nuovi esiti ed una committenza più allargata.

Le opere presentate costituiscono solo un piccolo spaccato di quella miniera di fonti figurative conservate nel Museo, un patrimonio inestimabile per quanti vogliano studiare o semplicemente conoscere la secolare storia artistica e sociale di Roma.

Maria Elisa Tittoni

Direttore Museo di Roma Palazzo Braschi

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